La bicicletta – Milano nel dopoguerra

Durante gli ultimi anni di guerra la bicicletta era diventata un fondamentale mezzo di trasporto. Le linee tramviarie erano state in gran parte distrutte dalle bombe, così come la flotta di autobus dell’azienda milanese, che era stata decimata. Di automobili ne giravano ancora poche e nelle strade milanesi avevano fatto la loro ricomparsa i tram a cavalli, che però si muovevano con difficoltà lungo percorsi accidentati per le voragini lasciate dalle bombe e i cumuli di macerie che intralciavano il passaggio. La bicicletta era il solo mezzo per muoversi in questo paesaggio disagevole. Anche se, va ricordato, all’indomani dei bombardamenti anch’esse faticavano a circolare a causa dei detriti e soprattutto dell’enorme quantità di vetri sparsi ovunque che rischiavano di bucare le ruote lasciando a piedi il ciclista.

Alfonsa Strada

Ad ogni buon conto era diventata un bene preziosissimo per chi aveva la fortuna di possederne una, anche in virtù del costo proibitivo che aveva raggiunto negli ultimi anni di guerra (tra le 8.000 e le 12.000 lire a fronte di uno stipendio mensile da operaio di poco superiore alle 2.000 lire). Per questa ragione non infrequenti erano i casi di furto o di sequestro da parte delle milizie repubblichine.

Proprio l’alta diffusione di veicoli a due ruote aveva imposto restrizioni da parte delle autorità repubblichine all’indomani dell’otto settembre. Fu così che a partire da quel momento si decise per il divieto di circolazione ai veicoli a due ruote durante le ore di oscuramento. Questo provvedimento aveva lo scopo di scoraggiare i trasporti clandestini di merci che alimentavano la borsa nera e soprattutto di inibire le azioni dei gappisti che organizzavano le azioni di sabotaggio e di guerriglia spostandosi prevalentemente in bicicletta nel corso della notte. La stessa organizzazione della Resistenza, come ricordato da insigni storici, fu agevolata da un uso massiccio di ciclisti che, muovendosi rapidamente dai diversi punti della città, garantivano un passaggio di informazioni assai rapido anche nei giorni immediatamente precedenti alla Liberazione.

Piazza Duomo

C’è poi da sottolineare l’uso lavorativo della bicicletta. Come scrive Francesco Ogliari: “Fitte correnti di ciclisti affluiscono dai centri vicini tagliando la città in ogni direzione, avviati ai posti di lavoro. Va notato che mai come adesso la bicicletta domina le strade”. Qui siamo nell’immediato dopoguerra. La bici diventa non soltanto il principale strumento di trasporto per chi si avvia al lavoro, ma diviene essa stesso strumento di lavoro. Si assistette infatti a un fenomeno di grande interesse. Le biciclette tradizionali vengono modificate in modo da garantire a chi tornava dal fronte e aveva perso tutto, la possibilità di costruirsi un futuro attraverso il lavoro. Nascono così le biciclette da arrotino, da fornaio, da panettiere e infinite altre variabili.

Interessante segnalare che Milano fu sede di alcune delle più importanti fabbriche di biciclette della storia italiana. Tra tutte sia sufficiente ricordare i nomi della Bianchi e della Umberto Dei.

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