Nuovi quartieri periferici

Negli anni compresi tra l’immediato dopoguerra e il 1953, moltissimi furono gli interventi urbanistici che modificarono in modo sostanziale il volto della periferia milanese.

Sia sufficiente ricordare quelli di viale Jenner, di viale Fulvio Testi, di via Filippo Abbiati, il celebre QT8, e ancora gli interventi di via Inganni, viale Suzzani, di Villapizzone e altri ancora.

Tra essi rivestono un particolare rilievo quelli di viale Omero – che comprendono quelli di piazza Gabrio Rosa – e il grande intervento del quartiere Harar Dessiè a San Siro.

via Omero
Via Omero

Nel primo caso si tratta di un intervento realizzato tra il 1949 e il 1955, un tentativo originale di conciliare in una forma omogenea e autosufficiente architetture e forme edilizie composite. Le committenze erano differenti: si andava dal quartiere comunale Gabrio Rosa e Barzoni ai quartieri INA denominati Casa Barzoni e Montemartini, fino all’insediamento IACP Omero. Si tratta di un intervento molto ampio e complesso, forse quello che più si avvicina all’analogo tentativo realizzato da Piero Bottoni per il quartiere QT8 nella parte ovest della città. Il nuovo insediamento rappresenta il tentativo di realizzare una porzione di città organica attraverso differenti forme di edilizia. La diversificazione architettonica arricchita dalla presenza di servizi a carattere commerciale ne fanno un modello teorico assai interessante, nel quale vengono realizzate case a schiera affiancate a edifici in linea. Il risultato complessivo è piuttosto ordinario, anche in virtù della difficile leggibilità del piano generale nel quale sia la qualità delle architetture che l’assemblaggio forzato di tipi determina un senso più di confusione che di chiarezza. Al di là di queste considerazioni si tratta in ogni caso di uno degli esempi senza dubbio meno goffi di nuovo insediamento del dopoguerra realizzato in città.

Un caso diverso è rappresentato dal quartiere Harar Dessiè, realizzato tra il 1951 e il 1955, frutto della collaborazione degli architetti Figini e Pollini, in chiaro antagonismo con la cultura degli insediamenti periferici milanesi coevi. I progettisti disegnano un piano composto di edifici in linea a più piani e case unifamiliari a bassa densità che verranno riconosciuti rispettivamente come “grattacieli orizzontali” e “insulae”. Si crea un rapporto dialettico tra il carattere monolitico dei primi e la dispersione capillare e molteplice dei secondi. Il piano urbanistico in questo secondo caso risulta, rispetto al precedente, assolutamente leggibile nella sua abbacinante chiarezza. In contrapposizione alla disposizione a pettine dei quartieri razionalisti dell’epoca, i quartiere Harar-Dessiè si distingue per una disposizione ortogonale o parallela degli edifici principali rispetto alla via Dessiè, assunta come asse geometrica di riferimento. Il nuovo nucleo poteva ospitare 5.500 persone in oltre 900 unità abitative.

 

About the author
spirale