Le case di tolleranza – Milano, 1947

Tra la fine della guerra e l’avvento della legge Merlin del 1958, a Milano erano attivi moltissimi bordelli, dislocati in diversi quartieri della città e caratterizzati da tariffe, livello e standard igienici molto diversi. Durante il periodo fascista erano aperti dalle 10 del mattino fino a mezzanotte, con una piccola pausa di un’ora per il pranzo.

Celebri erano senza dubbio i casini dislocati nel quartiere di Brera e tra essi i più rinomati erano quelli di via S. Carpoforo, via Fiori Chiari e Largo Formentini, tutti di alto livello. Quello di via Fiori Chiari 17 era famoso e apprezzato dagli stranieri per la fama di discrezione delle prostitute e della tenutaria. Dal ’43 al ’45 fu requisito e frequentato esclusivamente dai Tedeschi mentre dopo il 25 aprile furono gli alleati a stabilirvi il proprio “quartier generale”. In questo postribolo saranno ambientate molte scene significative del romanzo Notti e nebbie di Carlo Castellaneta, che rievoca l’ultimo periodo di guerra a Milano dalla prospettiva di un fascista.

Un luogo milanese scomparso legato ai bordelli era il celebre e famigerato Bottonuto, il vecchio quartiere medievale a ridosso di piazza Duomo che ospitava un’umanità variegata e popolare, fatta di delinquenti comuni, lenoni, baltrocche, manutengoli e ruffiani. Questi del Bottonuto, in particolar modo quelli della piazzetta, del vicolo del Bottonuto, del vicolo delle Quaglie e anche quello vicino di via Poslaghetto, erano tra i bordelli più scalcinati della città. SI disputavano, per squallore e degrado, la palma dei peggiori in assoluto con quelli di vicolo Vetraschi in zona Vetra, del casino all’isola Garibaldi e di quelli in vicolo Calusca a Porta Cicca. Con la demolizione del quartiere sarebbe scomparsa anche questa ricca e pittoresca umanità tanto amata dagli scrittori.

Case chiuse

Le più esclusive case di tolleranza erano rispettivamente quelle di via Tadino 10 e di via Disciplini 2. Molto frequentata era quella di via S. Pietro all’Orto – detta anche San Pedron -, che per la posizione centralissima e il numero di prostitute era certamente la più rinomata della città insieme al casino di via Chiaravalle 3 che vantava il maggior numero di signorine. Altra zona decisamente caratterizzata dalla presenza di case chiuse era quella del Carrobbio, con i celebri casini delle vie Soncino, San Sisto e Stampa.

C’era anche un certo numero di cosiddetti casini proibiti, nei quali si entrava esclusivamente grazie a un lasciapassare o una raccomandazione. Uno di questi era il già citato di via Disciplini 2, noto in città per l’avvenenza e lo charme delle prostitute che vi lavoravano mentre in quello di via Filelfo dominava Virginia, una megera che selezionava accuratamente i clienti.

Le prostitute erano altresì dette marchettare. Il nome deriva dalla marchetta, una fiche che il cliente acquistava alla cassa del bordello, costava in virtù della prestazione richiesta e veniva consegnata alla prostituta. Al termine della giornata, la meretrice riconsegnava l’insieme di marchette alla tenutaria che le corrispondeva l’equivalente in denaro. Da ciò prende origine il detto “fare marchette” per indicare il lavoro delle baltrocche – così erano dette a Milano le prostitute.

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